Oggi, tardo pomeriggio. Mas è stanco e ha ancora sullo stomaco la cena greca della sera prima.
Ma decide comunque di andare a pagare l'affitto, e in passata accompagnare la Cantante a lavoro.
Ciao Cantante. Ciao Mas. E da qui Mas parla in prima persona. Arrivo a casa dei masters of my house, sapendo già che troverò solo lei, la Cicciona, perchè il marito al telefono mi ha detto che lui è fuori per lavoro.
Entro, solite eccessive formalità da parte sua, quegli apparentemente falsi "Tutto beeeneee?" e il classico "Si accomodi".
Mi accomodo, mi porge i cioccolatini arrivati ora dalla Svizzera, con allegata tutta la storia della vecchia amica che fa un viaggetto rilassante Oltralpe.
Col sottofondo musicale di Zucchero ("Non è così che passo i giorni miei, baby") le dò la mazzetta mensile composta da tante banconote da 50 euro, e sopra ci appoggio l'immancabile euroeottantunocentesimi che servono a pagare la marca da bollo sulla ricevuta dell'affitto.
"Come va a caaasaaa" dice lei, con quella esse dariabignardesca e quelle occhiaie che manco la Samsonite (ora, qualcuno me lo chiarisca una volta per tutte: ma le occhiaie sono le macchie scure attorno agli occhi o quell'accumulo di pelle sotto le palpebre, che io ho sempre chiamato "borse" con la convinzione che fossero una cosa diversa dalle occhiaie?).
Le dico che va tutto bene, rispondo sempre così perchè voglio tagliare la corda subito.
Invece oggi è andata diversamente. Non so perchè e non so come siamo arrivati a parlare di com'era Bologna prima: le passeggiate in centro, le osterie del Pratello, le vecchie botteghe artigiane, le suonate con la chitarra in piazza Santo Stefano, le chiacchierate seduti sui gradini di Piazza Maggiore..
Poi, mentre Zucchero chiamava uno che cammina come me dall'altra parte della strada, mi ha parlato della sua adolescenza coi genitori che non volevano che si fidanzasse con l'attuale marito, di tutte le volte che dovevano escogitare i piani per potersi incontrare.
Io ero presissimo dai suoi racconti, fatti in italiano correttissimo e con solo quella "leggera" cadenza emiliana.
Si vedeva che aveva voglia di parlare, le altre volte ci siamo limitati a discorsi di attualità o politica spicciola e poco più.
Mi ha detto anche del loro figlio che non c'è più, e io in quel momento non sapevo se continuare a guardarla negli occhi, versarmi altra Fanta o chiederle se quello che stavamo sentendo era l'album nella cui copertina ci sono tutti quelli vestiti in frac dietro ad un pianoforte, e Zucchero è in basso a destra, davanti al pianoforte.
Poi è arrivato lui, il marito, jeans e scarpe da tennis, e i discorsi sono andati a finire come al solito sui "fatti condominiali", dai quali io mi tengo sempre lontano, o sulla vendita del camper, col quale hanno girato l'Italia e l'Europa in lungo e in largo, arrivando persino a Capo Nord (seeee, vabbè, ah Messner!).
Alla fine son stato là un'ora e mezzo, ovvero un'infinità di tempo, considerate le toccate e fughe delle visite precedenti.
Mentre andavo via è arrivato il figliuolo, l'allocco almenotrentenne, e io sono rimasto anzichenò colpito dalla formalità col quale si sono salutati. Una cosa del tipo:
"Ben tornato Figlio. Com'è andata oggi a lavoro".
"Buonasera. Bene, direi che è andata abbastanza bene" parlando con la voce impostata, da tauromachia.
"Dammi pure la giacca che la vado a posare".
"Oh grazie.." e così via.
Sono scappato via. Credo ostentassero educazione per la mia presenza. Non riesco a pensare che siano così impostati in ogni minuto della loro vita. Così chiaramente finti, tra l'altro tra le mura della loro casa.
Se penso a me con la mia famiglia c'è un abisso di differenza.
Sarà una questione di cultura, sarà che io sono di paese.
Che fortuna che ho avuto.